Inventandosi il ruolo di manager, il politico, quello più rampante, spesso si presta, di solito alla sua prima insediatura, al ridimensionamento delle strutture organizzative degli enti di cui è parte istituzionale. Pensando di "avere in tasca" tutte le soluzioni per i ricorrenti mali - che da sempre affliggono la pubblica amministrazione, secondo il pensiero ricorrente e perverso di questi amministratori della res publica - mettono subito mano alle dinamiche organizzative. Dopo l'imperante diffusione del "brunettapensiero", le giunte di nuova nomina - destra o sinistra qui si equivalgono - tentano, non tutte per fortuna (qualcuna lungimirante ci riesce) di ridisegnare la macchina amministrativa di comuni, province e regioni. Generalmente questo processo accade senza:
- avere anteposto un minimo di conoscenza del quadro complessivo dell'apparato
- minimamente considerare la realtà territoriale circostante, e sottesa, e i benefici per il cittadino
- tener conto del patrimonio di risorse umane presenti
- un'effettiva mission, che l'ente locale vuole perseguire
- darsi precise risorse e obiettivi definiti.
Queste disennate operazioni di chirurgia aziendale, quando vengono ad esistenza, generalmente non portano un vero beneficio alla collettività, che si ricorda è ritenuta dai più anche il primo datore di lavoro dei politici. L'effetto: spoilsystem confusionario, mancata applicazione contrattuale, sovradimensionamento di struttura, sperpero di danaro pubblico. Si rimescolano le carte senza considerare merito, professionalità, esperienza ma soprattutto le vocazioni di ognuno. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, senza interpellare nessuno: diretti interessati e/o rappresentanze sindacali, o, meglio, ciò che ne rimane. La summa è la solita "riformicchia" calata dall'alto con molti scontenti e nessuna novità gestionale importante.
L'iperbole dell'inutilità si manifesta nella sua interezza: vengono create funzioni insignificanti (es. il portavoce), uffici/servizi irrilevanti (servizio alla creatività, ufficio di staff, etc.), o decuplicate le collaborazioni " amicali" in nome di quelle professionalità e esperienze, che il dipendente interno - quello che per essere assunto ha superato un rigoroso concorso pubblico di costituzionale memoria - sembra non più avere , almeno all'occhio di quel genere di politico di cui sopra.
Va poi detto che mentre si assiste, sempre e comunque, in campagna elettorale ad un tipo di atteggiamento proverbialmente volto alla spendita di proclami per la valorizzazione dei dipendenti pubblici - quei pochi rimasti - ci si dimentica di loro il giorno dopo la prima investitura.
Insomma, più pesi e diverse misure per attestare il mancato ammodernamento delle politiche gestionali degli EE.LL., ancora dominate da vecchi schematismi mentali: si spendono energie e risorse pubbliche solo per confezionare o cristalizzare posti per probabili feudi e feudatari, teoricamente più funzionali a logiche partitocratiche di governo che non meritocratiche di gestione pubblica. Questi processi, una volta straordinari ma oggi routinari, paiono meramente dominati da improvvisazione e mania di protagonismo. E il cittadino assiste impotente, e paga.
Dipartimento regionale LAVORO, EE.LL. & WELFARE
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